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Pubblicato: 01 Giugno 2026
iNOSTRI SERVICE PRESSO LA CASA CIRCONDARIALE DI fOGGIA
Quando istituzioni, associazioni professionali e club di servizio lavorano insieme a favore del territorio, si possono raggiungere risultati davvero sorprendenti.
Su iniziativa della Camera Penale di Capitanata, dell’Ordine degli Avvocati di Foggia, del Rotary Club Foggia e del Club UNESCO di Foggia, sono state donate alla palestra della Casa Circondariale di Foggia undici attrezzature e macchinari per gli esercizi ginnici, colmando un vuoto fino ad allora assoluto dal punto di vista delle dotazioni sportive.
L’iniziativa è stata accolta con grande entusiasmo dai detenuti, che hanno manifestato profonda gratitudine per la possibilità di svolgere attività fisica in modo adeguato. Lo sport, infatti, rappresenta un’occasione importante per riempire positivamente il tempo della quotidianità carceraria, favorendo benessere, disciplina, socialità e recupero della persona.

Nella giornata del 18 maggio, alle ore 15.30, presso la Casa Circondariale di Foggia, si è svolta la cerimonia ufficiale di consegna delle attrezzature.
Per il Rotary Club Foggia erano presenti la Presidente, Avv. Elvira Prencipe, e il Vicepresidente, Avv. Giulio Treggiari, delegato al Service. Erano inoltre presenti il Presidente della Camera Penale di Capitanata, Avv. Massimiliano Mari, il Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Foggia, Avv. Gianluca Orsitti, e la Presidente del Club UNESCO di Foggia, Avv. Maria Elvira Consiglio. Sono intervenuti inoltre numerosi soci, che hanno partecipato con interesse e con piacere a un momento particolarmente significativo per i loro club e associazioni e per l’intera comunità.
La Direzione della Casa Circondariale ha espresso viva soddisfazione per la collaborazione offerta sia dalle associazioni forensi sia dai club di servizio auspicando che in futuro possano nascere ulteriori iniziative condivise a favore della popolazione detenuta.

Particolarmente significativo è stato anche il contributo del servizio di assistenza sociale interno al carcere che ha realizzato un breve filmato illustrativo delle attività della palestra prima e dopo la consegna dei macchinari. Il video ha evidenziato quanto l’iniziativa sia stata apprezzata, sia dal punto di vista qualitativo sia quantitativo, dalla popolazione carceraria, che ha manifestato grande riconoscenza.

Fare del bene alle persone è uno degli scopi fondamentali delle associazioni di servizio. Ancora più importante, però, è realizzare interventi che, pur richiedendo impegno e risorse economiche, siano sostenibili nel tempo e non si limitino a gesti occasionali. Questo service, pienamente in linea con lo spirito rotariano, possiede tutte le caratteristiche di un’azione concreta, utile e destinata a produrre benefici duraturi.

L’iniziativa si inserisce in un percorso più ampio di attenzione verso la popolazione carceraria, che il Rotary Club Foggia, insieme agli altri Club Rotary della città, all’Inner Wheel, alla Camera Penale di Capitanata e all’Ordine degli Avvocati di Foggia e alla Fondazione dei Monti Uniti di Foggia sta portando avanti con continuità.
Tra le attività già realizzate o in corso si ricordano, in particolare, il laboratorio teatrale diretto dalla dott.ssa Daniela d’Elia, che culminerà in uno spettacolo previsto per il 27 maggio e che ha già dimostrato il proprio valore umano e artistico, e il prezioso lavoro , sempre coordinato dalla d’Elia, nel carcere femminile con un laboratorio di cucito artistico sostenuto dall’Inner Wheel Foggia e culminato in una mostra di grande successo presso il Museo Civico nella scorsa settimana.

Un esempio concreto di collaborazione virtuosa, capace di trasformare l’impegno civile in servizio autentico, restituendo dignità, attenzione e speranza a chi vive una condizione di particolare fragilità.
“Effetti collaterali”: quando il teatro apre varchi di libertà anche dentro un carcere
Ci sono spettacoli che si guardano, si applaudono e si ricordano. E poi ci sono spettacoli che attraversano chi assiste, che lasciano un segno profondo, perché non sono soltanto rappresentazioni teatrali, ma esperienze umane, percorsi di trasformazione, occasioni rare in cui l’arte diventa davvero possibilità di riscatto.
È questo il caso di “Effetti collaterali”, lo spettacolo teatrale interpretato dagli “attori” detenuti del Carcere di Foggia, scritto, diretto e interpretato da Daniela d’Elia, con la collaborazione di Jean Patrick Sablot, andato in scena presso il Teatro del Carcere di Foggia.
Uno spettacolo molto emozionante, completamente diverso da quello presentato lo scorso anno. Diverso nella costruzione, nel ritmo, nella maturità interpretativa, ma soprattutto nella consapevolezza dei protagonisti. Nei detenuti-attori già presenti nella precedente esperienza teatrale si è percepita una crescita evidente: una maturazione nella recitazione, nel controllo del corpo, nella presenza scenica, ma anche nel senso di responsabilità con cui ciascuno ha abitato il proprio ruolo.

Il titolo, “Effetti collaterali”, gioca con ironia e profondità sull’idea di una terapia molto speciale: la terapia della fantasia. In scena, la dottoressa Fantasia, Daniela d’Elia e Jean Patrick Sablot sembrano quasi “esagerare” con questa cura immaginaria, fino a produrre effetti inattesi. Gli attori detenuti, infatti, prendono la mano, si lasciano coinvolgere, superano il confine della semplice interpretazione e diventano altro: personaggi forti, intensi, importanti, capaci di esprimere tratti profondi della propria personalità.
Attraverso la fantasia, pur rimanendo fisicamente chiusi in una cella, riescono a varcare le barriere del luogo di restrizione. Viaggiano, esplorano, si raccontano, si liberano. Il carcere resta, con le sue mura e le sue regole, ma l’immaginazione apre una possibilità diversa: quella di uscire da sé stessi, di guardarsi da fuori, di dare voce a emozioni, fragilità, desideri, paure, memorie.
Particolarmente apprezzabile è stato il livello di immedesimazione dei protagonisti. Ciascun attore è apparso profondamente dentro la parte che aveva scritto, studiato, elaborato e quasi cucito addosso a sé. Non si è trattato di una recitazione meccanica o improvvisata, ma di un lavoro accurato, costruito con attenzione, pazienza e disciplina. Molto significativa anche la dimensione corporea: i movimenti, i gesti, le posture, i tempi scenici sono risultati studiati e ben interpretati, segno di un percorso teatrale serio e di una guida attenta.

Il progetto, sostenuto dalla Fondazione dei Monti Uniti di Foggia,dall’Ordine degli Avvocati di Foggia, dalla Camera Penale di Capitanata, dai tre Club Rotary cittadini —Rotary Club Foggia Rotary Club Foggia Capitanata e Rotary Club Foggia Umberto Giordano — e dall’Inner Wheel Foggia, va ben oltre il semplice laboratorio teatrale. È un percorso sul rispetto delle regole, sull’assunzione di responsabilità, sulla conoscenza di sé e sulla collaborazione tra persone che condividono una condizione difficile.
Quello a cui il pubblico ha assistito non è stato soltanto uno spettacolo: è stato il racconto vivo di un gruppo. Un gruppo capace di sostenersi, di aiutarsi, di accompagnarsi. In un luogo che spesso, nell’immaginario comune, viene associato alla diffidenza, alla durezza, alla solitudine, alla contrapposizione, si è percepito invece un clima diverso: una solidarietà discreta ma fortissima. I più sicuri sostenevano i più timidi, i più estroversi davano forza ai più riservati, i più esperti aiutavano chi appariva più fragile. Sul palco non c’erano soltanto singoli interpreti, ma una piccola comunità teatrale, costruita nel tempo, nella fatica e nella fiducia.
Dietro tutto questo non c’è soltanto un lavoro di sceneggiatura, di regia o di insegnamento teatrale. C’è l’impegno profondo di un’artista, Daniela d’Elia, alla quale le associazioni coinvolte hanno scelto di dare fiducia e libertà d’azione, riconoscendo il valore dell’esperienza precedente e, più in generale, il contributo che Daniela ha offerto negli anni alla città di Foggia dal punto di vista artistico e culturale.
Il suo lavoro è fatto di passione, dedizione, sacrificio, competenza. Ma è fatto anche di fatica concreta: ore trascorse a parlare, spiegare, ascoltare, ricominciare; momenti passati ad attendere, a incoraggiare, a placare scoraggiamenti, a trasformare proteste e giornate difficili in nuove possibilità di lavoro. In un contesto complesso come quello carcerario, insegnare teatro non significa soltanto trasmettere tecniche. Significa entrare in relazione, conquistare fiducia, affrontare resistenze, trasformare la disciplina artistica in occasione educativa.
Ed è proprio questa fatica, spesso invisibile al pubblico, che rende ancora più prezioso il risultato finale. Perché ciò che si è visto in scena non cancella il lavoro duro che lo ha preceduto, ma lo illumina. Lo rende evidente nella qualità dei gesti, nell’intensità degli sguardi, nella responsabilità con cui ogni attore ha portato la propria parte fino in fondo.

“Effetti collaterali” è stato, dunque, molto più di uno spettacolo. È stato il segno concreto che anche chi vive una condizione di restrizione, anche chi ha sbagliato, può trovare uno spazio per conoscersi, migliorarsi, esprimersi e ricostruire un’immagine diversa di sé. Il teatro, in questo caso, non assolve e non dimentica, ma offre una possibilità: quella di rimettere in movimento la persona, di restituirle voce, dignità, presenza.
In un luogo in cui la libertà sembra una parola lontana, quasi proibita, la fantasia è diventata una forma di libertà possibile. Una libertà interiore, fragile ma potente, capace di superare muri, cancelli e sbarre. E forse proprio questo è stato l’effetto collaterale più bello: scoprire che l’arte, quando è autentica, può aprire varchi anche dove sembrerebbe impossibile.

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